Memorie della transumanza


Nella zona di Campo de Agua, chiamata così perché l’acqua sorge e fluisce in abbondanza, pascolava un gregge di merinos.
Partendo dalle praterie dell’Estremadura, agli inizi dell’estate per fuggire al calore estivo del sud, il gregge era giunto fino a questo rifugio per pascolare. L’aria fresca, l’erba verde e rigogliosa che ricopre come un tappeto Campo de Agua in giugno e in luglio, grazie alla neve e all’acqua, garantivano al gregge la cura e il lustro della sua immagine. Era un vero piacere vedere pascolare il gregge in questi paraggi, vederlo stendersi come un enorme manto e avanzare come un esercito di pace sulla terra.
La concentrazione del bestiame, il continuo andare e venire delle pecore e degli agnelli e l’allegria dei loro belati che addolcivano la montagna, soddisfacevano sia il pastore sia i lupi, i quali non tardarono ad abituarsi a una simile congrega.
Il caso volle che, a Campo de Agua, arrivasse e si accampasse uno tra gli esemplari più enormi e più malintenzionati della zona. Un lupaccio del malaugurio.
Il reparto di mastini che arrivò nella montagna, essendosi divise le cabanas dei pastori,
faceva la sua prima esperienza nel campo quell’anno e non poteva esserci peggiore disgrazia per Campo de Agua, che quel tale lupo straordinario si trovasse a litigare con dei mastini poco corridori e scarsamente preparati nella lotta contro questi animali. Stando così le cose, successe quello che si temeva e, in poco tempo, le notti iniziarono a essere per tutti molto frenetiche nel rifugio dei pastori.
Si racconta che il lupo iniziò a condurre il “gioco” con i cani, a un livello tale che un’estate che sembrava dovesse essere piacevole si stava trasformando in un calvario!
Il pastore non dormiva bene, i cani non conciliavano il sonno e l’unica cosa che riuscivano a fare le pecore era di essere aggredite. Sfortunatamente però l’insonnia non serviva né per evitare i furti del lupo né per interrompere le stragi.
Nello stesso periodo, in un altro pascolo chiamato “La Porpasa”, il gregge era protetto da Montaña. Un mastino grande e pezzato che era stato comprato dal padre di colui che fu pastore per molti anni, Juan Antonio Alvarez, da alcuni pastori di Soria dove esiste una consistente tradizione transumante, come tutti sanno bene.
“La Porpasa” era una montagna con non pochi dirupi che venne acquistata dai vicini di Porto nel 1887 insieme anche ad altre montagne. (…)
Tanto era l’impegno di Montaña a mantenere l’ordine all’interno del gregge che fu necessario attaccargli al collo una campana perché una pecora che si allontanava era una pecora morta.
In questo modo, quando il pastore sentiva suonare la campanella, immediatamente fischiava o chiamava il cane se notava che esso seguiva ciecamente la pecora.
“Aveva un enorme ardore questo mastino”.
Venuti a conoscenza dell’annientamento che imperava a Campo de Agua, si decise di trasferire Montaña a questo valico perché i mastini di questo rifugio erano terrorizzati e il caos, ormai dilagante, stava raggiungendo dei livelli intollerabili.
Montaña venne traslocato di rifugio e, come si presumeva, non tardò ad arrivare il momento in cui il cane e il lupo si trovarono “faccia a faccia”.
Fu una di quelle tante notti in cui il lupo, come d’abitudine, si precipitò a fare uno dei suoi assalti, sicuro del suo pieno dominio sulla situazione. Però, tutto gli apparve molto diverso questa volta perché inaspettatamente si trovò davanti il magnifico Montaña.
Si trattò di un incontro spaventoso. Un colpo al petto del primo lo tirò giù a terra, ma subito si riprese dallo scossone e si intavolò una guerra mortale.
Tanto era il fragore che emettevano che, per un lungo raggio tutto intorno, ogni cosa sembrava che fosse in attesa della dissoluzione.
Entrambi gli animali salivano con i piedi sulle zampe posteriori dell’altro sferrandosi morsi a destra e a manca con una ferocità diabolica. Il mastino supervincitore di questo
avvinghiarsi di corpi, quando afferrava il lupo per la collottola, scuoteva la testa con la stessa furia di un cane che agguanta una biscia; gli faceva fare dei giri talmente bruschi che sembrava che stesse per scuoiargli il collo.
L’intensità con cui la campanella suonava lasciava intendere la battaglia che si stava svolgendo nell’oscurità.
Solo dopo molto tempo di combattimento i ringhi e i respiri persero forza e la campanella divenne silenziosa.
Il pastore si avvicinò allora all’arena dove trovò Montaña esausto con il cuore quasi arrestato; affannato, con la lingua fuori e il pelo tutto arruffato. Era esanime. Però ai suoi piedi giaceva il lupo disarmato e morto. Il pastore, si narra, gli diede delle carezze sulla schiena, sul collo e sulla testa, tanto era orgoglioso della battaglia.
Lo stesso animale, pur essendo sfiancato, si sentiva felice; come se fosse cosciente di aver compiuto una grande missione. Era un cane “tutto d’un pezzo”.
La morte di quell’esemplare fu un santo rimedio perché i lupi non tornarono più a creare danno a Campo de Agua e, alla fine, il pastore riuscì a dormire tranquillo nel suo letto per tutto il resto della stagione.
L’episodio venne raccontato successivamente a una moltitudine di persone e agli abitanti di Porto, Barjacoba e Pias.

Montaña nei colli di Porto
Estratto dal libro “Lobos, Historias y Leyendas” di José Antonio Garcia Diez

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